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«Mañana, la guerra fantasma di Israele»

 

Meir Dagan

Data: 9 febbraio 2012
Autore: Giulio Meotti
Testata: Il Foglio
Titolo: «Mañana, la guerra fantasma di Israele»
Nella strada che costeggia il Mediterraneo, a pochi chilometri da Tel Aviv, c’è un insieme di edifici bianco-grigiastri al di là di una fila di eucaliptus. Lì sorge il monumento ai 400 israeliani caduti servendo nei servizi segreti. Alcuni di loro non hanno neppure una tomba in terra ebraica, sepolti senza nome in qualche sperduto camposanto arabo. Come Eli Cohen, lo 007 che garantì la vittoria nel 1967 e che faceva emozionare Yitzhak Rabin quando ne ricordava la figura: “Eli è un mito, ci siamo tramandati la sua storia da comandante a soldato, da padre in figlio”.



Eli Kamal, come si faceva chiamare Cohen, divenne amico personale dei generali siriani, venne ammesso a visitare le postazioni sul Golan e dalle colline sul lago di Tiberiade prese nota dei bunker, dei carri armati e dei missili terra aria arrivati da Mosca. Scoperto, Cohen verrà giustiziato in diretta tv. “Morte al sionista”, grida la folla a Damasco mentre il boia gli stringe il cappio intorno al collo e la moglie, da Tel Aviv, assiste allo scempio del corpo del marito.

Quando Meir Dagan ha lasciato la guida del Mossad, un anno fa, dopo aver abbracciato le storiche guardie del corpo, non si è portato via soltanto la celebre pipa, ma anche il suo più grande rimpianto, ovvero non aver saputo riportare in patria le spoglie di Cohen. Dopo Issa Harel “il piccolo”, che catturò il gerarca nazista Adolf Eichmann in Argentina, Dagan è stato il più ardito direttore del Mossad, il servizio segreto d’Israele. La sua ossessione, in questi otto anni, è stato il programma atomico dell’Iran, in un crescendo che adesso potrebbe avere come atto finale un blitz aereo.

Ma a differenza del primo ministro Benjamin Netanyahu, Dagan è contrario allo strike. E’ “la nemesi di Netanyahu”. Un paradosso difficile da comprendere, perché in un paese di duri come Israele, Dagan è il più duro. Nel 1967 Dagan saltò su una mina egiziana e oggi cammina con fatica. Ma quella ferita, disse, “è la prova che ho una spina dorsale”. Quando trent’anni dopo emerse come uno dei possibili capi del Mossad, il Times lo chiamò “il cacciatore di arabi”. Nel 2002 l’allora primo ministro Ariel Sharon, che chiese a Dagan di risollevare un moribondo servizio segreto, disse che la specialità dello 007 consisteva nel “separare un arabo dalla propria testa”. Il “metodo Dagan” sull’Iran, come lo ha ribattezzato il quotidiano Yedioth Ahronoth, consiste nel rafforzamento delle sanzioni e nel fomentare le rivolte interne, ma soprattutto nell’assassinio di scienziati e nel sabotaggio del materiale atomico. Un metodo che va sotto la sigla di “mañana”.

Si rimanda l’ora X della bomba atomica. Domani e domani e domani… Mañana, appunto. “Una tecnica dilatoria” dice Yaakov Katz, editor militare del Jerusalem Post che sta per pubblicare, assieme allo storico Yoaz Hendel, il libro “Israel versus Iran. The Shadow War”, la guerra fantasma. E’ la guerra di Dagan. La guerra che c’è ma non si vede e colpisce le centrifughe atomiche, i magazzini di fluoruro di uranio, gli scienziati e gli emissari stranieri. “Il piano Dagan è stato un grande successo”, dice al Foglio Ron Ben Yishai, il re dei corrispondenti militari israeliani per Yedioth Ahronoth, che nel 2007 riuscì a visitare, unico giornalista al mondo, il sito nucleare siriano bombardato dall’aviazone israeliana (uno dei successi di Dagan). “Si iniziò a parlare di Iran nel 2000 e si disse che avrebbe avuto la bomba atomica entro tre anni. Ancora non ce l’hanno. Grazie a Dagan.

I sabotaggi e le uccisioni hanno funzionato. Adesso Dagan pensa che Israele debba procedere secondo l’orologio di Washington, mentre l’orologio di Netanyahu procede più spedito. Ma sia Dagan sia Netanyahu concordano che Israele non accetterà un Iran nucleare, lo stato ebraico sarebbe vittima di una lunga guerra di attrito fra i terroristi nella regione protetti dall’ombrello atomico di Teheran”. Meir Javedanfar, autore del libro sulla “Sfinge Iraniana” e docente a Herzliya, dice al Foglio: “La linea rossa per Dagan è la costruzione della bomba atomica. E’ come se oggi l’Iran avesse tutte le parti della bomba sul tavolo e dovesse ancora decidere di assemblarle. Se alla fine Israele riceverà la ‘luce verde’ dagli americani Netanyahu attaccherà l’Iran. Israele non può aspettare un test iraniano e ci sarà un attacco preventivo”. Sull’ultimo numero di Newsweek anche lo storico di Harvard Niall Ferguson, uno dei maggiori opinion maker al mondo, ha scritto che “Israele e Iran sono alla vigilia di una nuova guerra dei Sei giorni.

La guerra preventiva è un male minore rispetto all’appeasement”. Dal 13 gennaio 2010, cinque scienziati nucleari iraniani, esperti missilistici e tecnici sono stati uccisi da una mano invisibile. Altri sono morti nei mesi precedenti. L’ultima vittima attribuita a Dagan si chiamava Mostafa Ahmadi Roshan, che dirigeva il nuovo centro a Qom per l’arricchimento dell’uranio. “Possiamo presumere che molti altri esperti dal basso profilo siano stati uccisi”, ci dice Ben Yishai. “E’ un ottimo deterrente per altri scienziati, compresi gli stranieri”. Alcuni giorni fa Dagan ha risposto con un sorrisetto malizioso quando gli è stato chiesto se era stato “Dio” a mettere a segno i sabotaggi in Iran. Il culmine della saga Dagan si celebrò due anni fa, a Dubai, dove una squadra di ventisette agenti del Mossad atterrò con voli di linea provenienti da Roma, Francoforte, Parigi e Zurigo. Erano lì per Mabhouh al Mabhouh, il leader di Hamas il cui nome in codice era “Plasma”. Il team è formato da membri della “Caesarea”, l’élite specializzata in omicidi e penetrazioni in strutture straniere. Non hanno un indirizzo di lavoro, non usano i propri nomi e persino le famiglie – tranne i parenti stretti – non sanno cosa fanno. Mabhouh era sulla lista dei “most wanted” fin dagli anni Novanta, quando uccise due soldati israeliani nel Negev. L’unico rimpianto, disse Mahbouh ad al Jazeera, fu di non aver sparato lui stesso in faccia agli israeliani.

Pochi giorni prima che la squadra entrasse in azione, in un capannone alla periferia di Tel Aviv, la sede del Mossad nota come “Midrasha”, Netanyahu sarebbe arrivato con le sue Audi A6 per incontrare Dagan e gli uomini di Dubai. Il premier avrebbe ascoltato il piano e alla fine dato l’okay: “Il popolo d’Israele conta su di voi. Buona fortuna!”. Mabhouh stava andando a Bandar Abbas, il porto iraniano, per un carico d’armi. Era l’uomo di Hamas in Iran. Per questo nella mente di Dagan, ucciderlo valeva ogni costo, anche l’incredibile video che ha inchiodato gli israeliani. E’ un’operazione rischiosa. Nel 1997 Netanyahu ordinò l’uccisione di un altro leader di Hamas, Khaled Meshaal, nelle vie di Damasco. Fu un disastro. Il Mossad gettò un veleno nel suo orecchio, ma senza ucciderlo. Gli agenti furono catturati e per liberarli Gerusalemme consegnò l’antidoto e liberò lo sceicco paralitico di Hamas, Ahmed Yassin. Due anni prima, a Malta, agenti israeliani su ordine di Shimon Peres avevano ucciso Fathi Shkaki, il capo del Jihad islamico, “il Dottore” che aveva inventato la guerra suicida sugli autobus. Mabhouh muore in un hotel a Dubai. Ma il Mossad viene scoperto. Pochi mesi dopo, Dagan è sostituito da Tamir Pardo. Il “siberiano”, come è noto Dagan per esser nato nella glaciale Novosibirsk, nella guerra all’Iran ha reclutato uomini d’azione di diverse nazionalità. Li ha infiltrati nei paesi più difficili, soprattutto in Siria.

Forse anche in Iran. L’ex capo dell’Unità speciale Saieret Matkal, Amiram Levine, ha detto che Israele può facilmente infiltrare agenti speciali nella Repubblica Islamica: “L’Iran non è al di fuori della nostra portata: ho visto cose più complicate”. Nel settembre 2007 una soffiata di Dagan portò alla distruzione del sito nucleare di Deir al Zour. E’ l’Operazione frutteto. Decisiva sarebbe stata una fotografia che un agente del Mossad ha scattato al sito nucleare. Poi viene decapitato, letteralmente, il comandante dell’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, all’uscita dal quartier generale dei servizi segreti a Damasco. Sei mesi dopo è la volta del generale Mohammed Suleiman, il punto di raccordo con il programma nucleare nordcoreano e iraniano, assassinato mentre si stava rilassando nella sua villa in riva al Mediterraneo da un cecchino a bordo di uno yacht che veleggiava poco lontano. Dagan aveva un suo rito per motivare gli operativi. Li convocava nel proprio ufficio e mostrava loro una fotografia di un ebreo religioso avvolto nello scialle ebraico di preghiera, inginocchiato e con le braccia alzate. Al suo fianco ci sono ufficiali delle SS che gli puntano una pistola alla tempia: “Quest’uomo era mio nonno, Dov Ehrlich”, diceva Dagan. L’uomo verrà ucciso dai nazisti nella città polacca di Lukow. “Guardate questa fotografia”, diceva Dagan agli agenti.

“Questo vi guidi nell’agire per lo stato d’Israele. Farò tutto ciò che devo per far sì che non accada mai più”. Teheran vuole morto il direttore del Mossad: tre anni fa in Iran sono apparsi manifesti che chiedevano la testa dell’ex direttore del Mossad. E’ la “taglia di Golia”. “La linea Dagan è più conveniente dello strike”, dice Avi Shavit di Haaretz. “La deadline viene posticipata, Israele non cura il cancro, ma ne rinvia l’eruzione. Dagan era come un gran sacerdote, si era arrivati a pensare che fosse onnipotente e che le manomissioni fossero la salvezza. Ma il rapporto dell’Aiea (che ha svelato al mondo l’atomica iraniana, ndr) ha dimostrato che era un’illusione. Dagan ha fatto cose grandiose, ma non ha completato la missione che gli diede Sharon dieci anni fa. Ovvero distruggere i piani nucleari iraniani”. Tutti all’“istituto”, come in Israele si chiama il Mossad, ricordano le parole con cui si presentò Dagan nel 2002: “Siamo come il dottore che inietta il veleno nella camera della morte. Le vostre azioni sono sostenute da tutto Israele. Per voi uccidere non è illegale. Eseguite una sentenza del primo ministro”. Secondo Gordon Thomas, autore di “Gideon’s Spies”, Dagan è l’uomo che conosce i paesi islamici meglio dei rispettivi autocrati. L’Operazione calamita di Dagan ha spazzato via metà dell’élite dei ricercatori nucleari. Di recente è arrivata una dichiarazione da brivido del capo di stato maggiore israeliano, il generale Benny Gantz: “L’Iran deve aspettarsi un numero maggiore di eventi innaturali nel 2012”.

Dagan ha tratto ispirazione dall’operazione “Spada di Damocle”, con cui nel 1962 agenti del Mossad uccisero scienziati tedeschi che avevano lavorato nella base nazista di Peenemunde e che si erano messi al servizio dell’Egitto per sviluppare l’arsenale in grado di distruggere Israele. L’ex premier Yitzhak Shamir viene assunto dai servizi segreti per eliminare gli scienziati tedeschi. A Monaco sparisce Heinz Krug, che acquista in Europa le materie prime necessarie agli egiziani.

Di lui non si avranno mai più notizie. Poi una lunga serie di lettere esplosive viene inviata a tecnici tedeschi ed egiziani. Qualcuno la ribattezza operazione “Post Mortem”. A “tagliare la testa del serpente”, il piano del Mossad per fermare gli scienziati iraniani, Dagan ha imparato al fianco di Ariel Sharon, quando assieme spianavano intere aree della Striscia di Gaza per sconfiggere il terrorismo arabo. Dagan, che il giornale egiziano al Ahram ha ribattezzato “Superman”, fondò proprio il reparto “Ciliegia”, Dudevan, il nome agreste per un’unità celeberrima perché composta da militari che si travestono da arabi e operano in profondità nei villaggi di Gaza e Cisgiordania. In ebraico si chiamano “mista’aravim”, ovvero “diventare come gli arabi”. L’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, condusse una simile operazione a Beirut, quando vestito da donna si infiltrò per eliminare un commando palestinese (l’operazione è immortalata nel film “Munich” di Steven Spielberg).
 
Il motto dell’unità di Dagan era un celebre discorso che nel 1955 l’allora generale Moshe Dayan fece alle reclute: “Non possiamo proteggere tutti gli acquedotti, né impedire che gli alberi vengano sradicati, né che uccidano i nostri lavoratori nelle piantagioni, né le famiglie nei loro letti, ma possiamo pretendere un prezzo adeguato per il nostro sangue”. Come ha detto il giornalista Emanuel Rosen di Channel Two, “Dagan taglierebbe le gole dei terroristi anche con un apriscatole”. Il suo predecessore, Eprahim Halevy, nipote del filosofo Isaiah Berlin, veniva chiamato “Mr. Cocktail” per la linea di condotta più diplomatica e soft. Nato nel gennaio 1945 su un treno che viaggiava fra la Siberia e la Polonia, già a ventisei anni Dagan è comandante di un’unità militare celebre per “non fare prigionieri”. Dagan avrebbe fondato la politica di assassinio mirato dei terroristi.

Prima degli iraniani nella “lista” di Dagan ci sono finiti lo sceicco Yassin e Abdel Rantisi, “il medico” capo di Hamas saltato in aria a Gaza, dove Dagan è chiamato “l’angelo della distruzione”. Il celebre 007 se ne andava in giro con in mano un elenco di ricercati e ne spuntava di volta in volta i nomi quando venivano catturati o uccisi. Quando l’allora premier Sharon assegnò a Dagan il dossier nucleare iraniano, il Mossad non doveva più soltanto sorvegliare i programmi atomici, come faceva con Halevy, ma uccidere gli scienziati impegnati nel progetto per la bomba e intervenire nei paesi sospettati di collaborare con l’Iran. Fra le azioni attribuite a Dagan c’è anche il virus Stuxnet, il programma che ha ritardato di due anni i piani iraniani. Esperti informatici di mezzo mondo dicono che c’è soltanto un possibile autore: la celeberrima unità israeliana “otto duecento”. Ne ha scritto Ronen Bergman nel libro “The Secret War with Iran”. L’unità impiega gli israeliani più dotati in matematica e criptoanalisi. Tra i successi dell’unità si ricordano le intercettazioni il primo giorno della guerra del 1967, il colloquio tra Yasser Arafat e i terroristi dell’Achille Lauro nel 1985 e la famosa cattura della Karin A, il mercantile carico di armi iraniane destinate ai palestinesi di Gaza. Di Dagan parliamo con Emily Landau, una delle massime esperte di Iran: “La domanda non è se le sanzioni avranno efficacia, ma se la pressione, fra le sanzioni e i sabotaggi di Dagan, costringerà l’Iran a fermare il nucleare.

Israele deve far capire all’Iran che ci saranno conseguenze militari. Il regime iraniano è razionale. Ma razionalità non significa ragionevolezza. L’Iran ha scelto razionalmente di non andare ai negoziati perché vuole le armi nucleari. Non abbandonerà il progetto con facilità. La differenza fra Dagan e Netanyahu è sui mezzi per fermare l’Iran”. Secondo gli esperti di intelligence, grazie a Dagan oggi gli scienziati iraniani si sentono perennemente in pericolo. Molti di loro, infatti, vivono nella rete dei siti segreti e sotterranei per la fabbricazione di armi nucleari. Il fisico Ardeshir Hassanpour è ufficialmente morto in seguito ad avvelenamento causato dal guasto di una stufa. Majid Shahriari è saltato in aria con la sua auto, era l’esperto di reazioni nucleari a catena. Erano in cima alla lista del “programma decapitazione” di Dagan. Poi ci sono le esplosioni alle centrifughe.

Mark Hibbs, esperto iraniano al Carnegie Endowment for international peace, dice che il sabotaggio è noto come “fratricidio”, contagia altre strutture in una spirale. Dice al Foglio Yoel Guzansky, uno dei maggiori analisti israeliani: “E’ possibile ora continuare a rimandare l’orologio nucleare iraniano senza una guerra su larga scala”. Il successore di Dagan, Tamir Pardo, può contare su agenti, per dirla con lo 007 siberiano, “di tale potenza da far maledire ai nemici il giorno in cui sono nati”. “Ma in Israele è in corso un dibattito sulle operazioni clandestine”, spiega Ronen Bergman, che sta scrivendo un libro sul Mossad. “C’è chi sostiene che in queste operazioni ci sia un momento culminante e che nel caso dell’Iran sia già stato superato. Il programma di Teheran è andato avanti e gli iraniani sono consapevoli degli sforzi stranieri per ostacolarlo. Il punto è quale obiettivo vogliamo raggiungere: vincere una battaglia o la guerra?”.

Mentre scriviamo un sottomarino israeliano con missili Popeye Turbo a testata nucleare sarebbe già dislocato fra l’arcipelago di Dahlak, di fronte all’Eritrea, e le acque al largo dello Sri Lanka. Dalle pendici israeliane del Keren “Blue Eyes”, il più occhiuto sistema satellitare che spii gli ayatollah, con quindici minuti d’anticipo si accorge se qualcosa s’alza da qualsiasi angolo dell’Iran. Il giornale Yedioth Ahronoth racconta di un rifugio antiatomico alle porte di Gerusalemme, una cittadella sotterranea dove troverà rifugio, se arrivasse il fatidico giorno, chi governa il paese. Il tunnel, lungo due chilometri e alto una decina di metri, sfocia in un’enorme caverna. Il “day after” d’Israele è già iniziato.