logansltd2
  • JoomlaWorks Simple Image Rotator
  • JoomlaWorks Simple Image Rotator
  • JoomlaWorks Simple Image Rotator
  • JoomlaWorks Simple Image Rotator
  • JoomlaWorks Simple Image Rotator
I nuovi nomadi del terrorismo

 

Mohamed Merah, il terrorista di Tolosa

Data: 23 marzo 2012
Autore: Guido Olimpio
Testata: Il Corriere della Sera
Titolo: I nuovi nomadi del terrorismo
Sono i nomadi della Jihad. Come Mohamed Merah, una figura «ibrida» di terrorista, capace di agire da solo ma inserito in un quadro più ampio.

Gli aerei spia hanno captato le comunicazioni di persone che parlavano con accento marcatamente britannico nel nord dell’Afghanistan. I soldati hanno trovato passaporti intestati a cittadini venuti da Lione o Parigi. I gruppi jihadisti hanno celebrato il «martirio» di una decina di tedeschi. L’ultimo messaggio per ricordare i «caduti» risale a dicembre, si intitola «Sentiero verso il Paradiso, parte sesta» e racconta del periodo 2009-2010. Quasi come un annuario della guerra santa. Tracce che combacciano con le indagini svolte in molti Paesi. Elementi che rivelano come i qaedisti itineranti — dei veri «nomadi» — continuano a raggiungere il santuario nell’area tribale pachistana.



Un percorso seguito anche da Mohamed Merah, una figura «ibrida» di terrorista. Capace di agire da solo ma inserito in un quadro più ampio. Una figura simile a quelle di Najibullah Zazi, afghano che voleva attaccare il metrò di New York, e Faisal Shahzad, autore del fallito attentato a Times Square. Protagonisti di una Jihad individuale sorretta dalla complicità dei «vecchi» di Al Qaeda e da soggiorni in Pakistan o Afghanistan.

Uno studio ha stabilito che tra il 2004 e il 2011 su 32 piani d’attacco contro l’Occidente il 44% è stato concepito nell’area tribale pachistana.
La filiera, rispetto all’epoca d’oro di Al Qaeda, è più complessa e per questo ne partono poche dozzine. Gocce nel mare della militanza, però importanti per la loro origine. I militanti, oggi, devono arrangiarsi. In Europa ci sono meno «facilitatori» — uomini che sanno come farti arrivare — e meno denaro.

I volontari, a causa dei controlli, cercano di evitare la rotta diretta. Raggiungono la Turchia da qui l’Iran, poi il confine afghano-pachistano. Molti hanno raccontato la pericolosità del viaggio, il rischio di essere depredati, i sospetti di chi vede in loro potenziali spie. Una volta in zona gli estremisti sono suddivisi in piccoli nuclei nel Waziristan (Pakistan) e nel nordovest dell’Afghanistan. Li gestiscono gli insorti uzbeki del Miu, il gruppo scissionista della Jihad e Jund al Khilafa, fazione kazaka che ha mandato una sorta di rivendicazione per Tolosa. Veterani che sono il link con Al Qaeda, garantiscono la preparazione, possono diventare mandanti.

Le condizioni spesso sono insopportabili. Merah si è beccato l’epatite, altri hanno lamentato malanni seri e cibo scarso. Non sono mancati casi dove i terroristi sono stati costretti a pagarsi il mitra. Le casse sono vuote. Un militante uzbeko riceve 20 dollari al mese, che può integrare con 7 dollari a figlio.

Britannici e tedeschi — i due nuclei più numerosi — sembrano essersi organizzati meglio, con campi «strutturati». Ma si tratta di installazioni mobili, perché questo è il terreno di caccia dei drone americani e dunque c’è il pericolo di essere bombardati.
Una volta sistemati i volontari seguono corsi (fino a 3 mesi) per l’uso delle armi e l’indottrinamento. Imparano a preparare bombe con il fertilizzante e l’acetone, prodotti reperibili sul mercato civile. Grande attenzione è dedicata all’impiego delle moto negli attacchi.

Finito il training, la maggior parte si unisce agli insorti ma un numero ridotto è rimandato (o ritorna)a casa. E riprende la sua vita normale. Fintanto che in modo autonomo o perché ha ricevuto un ordine «il mujahed migrante» non ridiventa combattente. Per raggiungere — come diceva Merah — il Paradiso.