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Ahmadinejad come Osama attaccarlo non è più un tabù

 

Siti nucleari in Iran

Data: 7 novembre 2011
Autore: Fiamma Nirenstein
Testata: Il Giornale
Titolo: Ahmadinejad come Osama attaccarlo non è più un tabù
Non sarà la fine del mondo, forse sarà invece la fine di un incubo. Mentre in Israele si discute sulla possibilità di un attacco alle strutture nucleari iraniane va in scena la commedia della grande prudenza, del conformismo pacifista per cui la Nato, per esempio, si è affrettata a dire che lei non ci sta.

Pure è evidente che ormai il pericolo iraniano è nel mirino di tutti: Obama altrimenti non si sarebbe mostrato con Sarkozy per dire che la minaccia iraniana è continua, e che insieme intendono imporgli una pressione «senza precedenti»; gli inglesi non avrebbero lasciato uscire la notizia che si stanno esaminando le postazioni migliori da cui dispiegare navi e sottomarini armati con missili Tomahawk; e soprattutto Israele non lascerebbe arrivare sulla stampa il suo dibattito su un eventuale intervento.



Ma c’è una scadenza: martedì l’Aiea presenterà un rapporto, finalmente non drogato da El Baradei che è passato alla politica egiziana, e nero su bianco sarà chiaro a tutti che gli ayatollah sono quasi arrivati alla bomba atomica, massima scadenza il 2014, e che possiedono abbastanza materiale fissile per produrne una o due adesso.

La politica aggressiva dell’Iran, in questa primavera araba che suscita i suoi appetiti, lo mette in contrasto con la Turchia e l’Arabia Saudita, e ha suscitato ormai l’attenzione di Obama che credeva di ammansire Ahmadinejad con la politica della mano tesa. Invece si è dovuto accorgere dal complotto per uccidere a Washington l’ambasciatore saudita che siamo di fronte a un altro Bin Laden.

È chiaro ormai che l’Iran va fermato: non c’è solo la bomba, l’Iran ha anche 100 missili Shihab 3 e Shihab 3b, che possono arrivare in Israele e oltre con i loro 2100 chilometri di gittata e che possono portare 1150 chili di dinamite e materiali chimici.

E se l’Iran ottiene la bomba, la corsa all’atomica sarà il gioco preferito in Medio Oriente, in testa l’Arabia Saudita seguita a ruota dall’Egitto. Ma chi attaccherà? Israele è in cima a tutte le attenzioni perché è al centro del panorama di cenere in cui il messianismo sciita colloca la venuta del Mahdi sulla terra. Ma non è detto che sia così semplice: Israele, anche se la sua scelta strategica di fondo è contare solo su se stessa, deve essere molto sicura che funzioni la Iron Dome, la nuova cappa di difesa che deve proteggerla non solo dai missili iraniani, ma anche da quelli degli Hezbollah e di Hamas, alleati iraniani. Deve avere una certezza matematica che anche le centrali più infossate nel cemento vengano distrutte da un attacco aereo simile a quello di Osirak dell’81 alla centrale di Saddam, una sfida non da poco; deve poter contare sulla preparazione del fronte interno e sull’unità della gente.

Più difficile deve contare sull’opinione pubblica internazionale, spesso ostile.

Ma Israele si aspetta che dopo le prossime rivelazioni dell’Agenzia, gli americani e alcuni paesi europei decideranno che il rischio atomico dell’Iran è maggiore di quello bellico e che le sanzioni servono a poco. Se si muoveranno, Israele potrà allora dedicarsi alla difesa dalla pioggia missilistica che sia dall’Iran, che dal Libano che da Gaza gli si rovescerà addosso. In uno stato di necessità potrà aiutare, senza suscitare una dura reazione araba (in gran parte di maniera), combattendo di conserva con gli alleati contro il più grande pericolo che il mondo abbia corso dalla seconda guerra mondiale.